La rivincita della lentezza

Alla ricerca della libertà… e c’è chi la trova camminando.
Dalla via Francigena a Roma, passando per la Toscana e Santiago de Compostela ed arrivando, forse l’anno prossimo, fino al Sud America.
Sono Carlo e Andrea, ex pasticcere e fornaio del Panificio Gobbo di Mogliano Veneto, che da quasi quindici anni trascorrono le loro vacanze in marcia.
Scelgono la meta, studiano il percorso, si informano sull’itinerario e pianificano le tappe. Poi, zaino in spalla e un piede davanti all’altro, camminano in media 30 km al giorno.
Lo spirito che guida i viaggi di Carlo e Andrea è quello della scoperta.
Viaggiare a piedi significa andare più lentamente, alla giusta velocità per entrare in contatto con le autenticità del territorio, con la natura del paesaggio, con la bellezza dei luoghi e con dei modi di vivere delle persone che ricordano quelli del passato. Carlo e Andrea infatti ci raccontano di come, nei loro percorsi, si ritrovano spesso in cittadine e antichi borghi in cui ancora la sera gli anziani del paese si mettono in strada a giocare a carte, e dove le signore e i conventi aprono le porte delle loro abitazioni per ospitare i viandanti.
Un mondo che ai più sembra appartenere al passato, e che invece ancora oggi esiste e può essere scoperto, se si ha la pazienza di attraversarlo col giusto ritmo.
Tra chi sceglie di camminare, esiste un grande sentimento e solidarietà, quasi fratellanza. Quando la sera ci si trova in una tappa del percorso, nasce subito un’amicizia che parte dalla condivisione, dei racconti, delle esperienze, delle poche cose che ci si porta appresso nello zaino.
Viaggiare a piedi significa andare all’avventura, e come in tutte le avventure che si rispettino ci sono imprevisti ed aneddoti da raccontare.
Come quando nella campagna toscana Carlo e Andrea sono stati circondati da tre cani maremmani, di guardia al loro terreno, che li hanno dapprima trattenuti e poi scortati fino alla fine della proprietà.
O ancora quando, vicino a Monte Radicofani, i nostri eroi sono stati colti da un improvviso e fortissimo temporale estivo. Un passante, vedendoli, gli ha dato un passaggio sulla sua panda, lanciata a folle velocità su per i tornanti del monte, con i vetri appannati e senza poter vedere ad un metro dal proprio naso a causa del temporale.
Una volta in paese, l’autista gli ha indicato un buon ristorante dove mangiare e tra un piatto e l’altro, guardandosi attorno, Carlo e Andrea hanno notato appese al muro le foto di chi gli aveva dato un passaggio, il meccanico del paese appassionato di rally.
Carlo e Andrea ogni anno si mettono in cammino per ritrovare l’importanza della lentezza, che spesso viene dimenticata nella quotidianità frenetica, e per ricordarsi che le cose si affrontano con la calma e la serenità di chi sa che se non è oggi, sarà domani.
Negli ultimi anni sono sempre di più le persone che come Carlo ed Andrea  scelgono di viaggiare a piedi, o con altri mezzi lenti, chi per sentirsi libero, chi per stare a contatto con la natura.
Sono in aumento anche le strutture ristorative ed alberghiere che ripensano la loro attività in un’ottica di ecologia, rispetto dell’ambiente, sostenibilità e promozione delle tradizioni e delle tipicità del territorio. E ancora gli itinerari, le possibilità, le facilitazioni per avvicinare anche i meno esperti a questo diverso modo di spostarsi.
Tutto punta verso una riscoperta di valori, sapori e modi di vivere che credevamo scomparsi, ma che sempre più persone hanno voglia di riscoprire.

Se Blu non c’è più, c’è qualcosa che dobbiamo imparare.

Oggi un fatto triste è per me una cosa bella, e un grande esempio.
L’altra notte lo street artist Blu ha cancellato le sue opere dalla faccia di Bologna.
Da Bologna Blu ha cominciato, li si è formato con i primi pezzi in via Stalingrado per arrivare un paio di anni fa ad una enorme e dettagliatissima opera realizzata in una delle pareti del centro sociale XM24. Per me, il pezzo più significativo di Blu.
occupy mordor
Come tutti i suoi lavori, anche in questo la capacità artistica si è unita all’acutezza di scegliere un punto da colpire e alla bravura di intessere una metafora per criticare le contraddizioni in cui viviamo, in un modo che fa accendere una lampadina nella mente dell’osservatore. Le opere di Blu per me  riempiono le menti di clic, quel suono che fanno le lampadine vecchio stile, quelle che si accendono tirando un cordicino.
Il pezzo sull’XM24 però non era solo questo, era il racconto della storia di Bologna, o meglio di una storia di Bologna vissuta in prima persona dal narratore e resa attraverso centinaia di simboli e significati (vorrei che vi soffermaste ad osservare quanti piccoli dettagli ci sono in quest’opera di enormi dimensioni).
All’epoca il murale fu presentato dal collettivo di scrittori Wu Ming in una serata densa di bellezza. Faceva fresco, si indossava la felpa ma si annusava nell’aria la primavera, anche ad ore tarde. Tantissimi i presenti, incantati.
Ascoltando e guardando Occupy Mordor, questo il nome del pezzo, si aveva la sensazione di conoscere un po’ meglio Blu, di entrare sotto la sua pelle e di percepire un cuore pulsante battere, battere forte nel pensare a Bologna.
Le storie dei luoghi, i personaggi, i collettivi, gli spazi occupati che hanno fatto la storia e la scuola per la Città e per tutte le migliaia di studenti che l’hanno attraversata e poi lasciata, portandosi via in tasca un po’ di quell’aria frizzante che viene dai colli e quell’essere fucina creativa di mondi.
Tutto questo era rappresentato in un’unica opera che oggi non c’è più, così come non ci sono più tutti gli altri suoi pezzi sparsi per Bologna realizzati in quasi vent’anni di storia.
Blu li ha cancellati, e questo è il fatto triste, dimostrando la capacità di compiere gesti difficili per lottare contro qualcosa e rimanere coerenti con sé stessi, e questo è il grande esempio.
Blu ha raschiato via una parte della sua vita sotto forma di vernice affinchè nessuno potesse diventarne il proprietario, rubandola.
Perchè è questo sta facendo l’istituzione museale di Bologna Genus Bononiae che inaugurerà prossimamente una mostra realizzata in gran parte staccando dal muro opere di street artists, dichiarando che lo scopo è quello di proteggerle dal deterioramento a cui vanno incontro, ma la cosa non convince e puzza forte di bruciato.
Non ho intenzione di ricostruire tutto ciò che è stato detto a riguardo perchè non si può affrontare un discorso così articolato in poche righe, ma bastino questi spunti di riflessione:
La street art decontestualizzata dalla “strada” è sempre street art?
Pagare un biglietto per vedere opere che gli artisti hanno deciso di dipingere in luoghi pubblici che contraddizioni fa nascere?
E staccare letteralmente le opere dal muro senza il permesso dell’artista?
Giustificarsi dicendo “posso prenderle perchè sono pubbliche” e poi renderle un bene privato come può essere una logica che si regge in piedi?
E evitare di affrontare la grande questione dell’illegalità della street art? Delle multe e delle denunce che tutti gli artisti rischiano mentre e dopo aver dipinto? Come solo qualche giorno fa è accaduto ad Alice, proprio a Bologna. Come si può mettersi una benda così grande davanti ad un occhio per evitare di affrontare la questione?
In tutto ciò il grande esempio che secondo me ha dato ieri Blu è quello di saper agire.
In disaccordo nel modo più assoluto con l’organizzazione di questa mostra, nel modo più assoluto si è schierato e ha difeso se stesso, le sue opere ma prima di tutto la sua posizione e le sue idee sottraendo per sempre i suoi pezzi a questo gioco.
Questo è il proverbiale fatto che vale più di mille parole.
La buona pratica, il bell’esempio, è secondo me quello di avere il coraggio, e averlo fino in fondo, di difendere quello in cui si crede, di lottare per difenderlo e di mantenere sempre la coerenza con esso e con sé stessi.
E per quanto molti siano un po’ sconvolti da questa decisione, tanti siano tristi, moltissimi dispiaciuti, io quando l’ho saputo sono stata anche felice perchè da oggi Blu non è solo un modello di artista, ma un po’ anche di vita.
Oggi al posto del grande dipinto sul muro dell’XM24 c’è una frase che incarna alla perfezione tutto quello che è avvenuto e che attinge da quello scenario fatto di storie, spazi, musica, arte, ideologie, lotte, modi di vivere e che alla fine formano una cultura, una sottocultura, una controcultura.
Tratta da un libro di Pino Cacucci che racconta la storia di Jules Bonnot e la sua banda:
“Avevo il diritto di viverla, quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti… Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, ma in ogni caso nessun rimorso…”

questo link una parte della serata di presentazione dell’opera di Blu ad XM24.
questo l’articolo di Wu Ming sull’affaire Blu con un approfondimento sul profilo dei promotori della mostra.

MoMA: corso di fotografia online

La fotografia.
Quante cose si potrebbero dire.
Potremmo iniziare parlando di come essa sia nata e di come si sia imposta come innovazione rivoluzionaria nel mondo. Possiamo più nostalgicamente ricordare le fotografie di quando eravamo bambini, quelle che conserviamo nei pesanti album che la nostra famiglia ci ha tramandato, un po’ sbiadite, un po’ macchiate, scattate dalla zia matta o dal papà appassionato di fotografia che era andato fino in Cina per comprarsi una Canon. Possiamo sorridere pensando a quei film ambientati in un’altra epoca dove si vede una coppia distinta che si fa scattare una fotografia con sullo sfondo un viale alberato in fiore e il fotografo che è chino con la testa sotto una tendina, la mano tesa in alto e flash!, quasi un’esplosione.
Qualunque sia l’immagine da cui partiamo, ciò a cui approdiamo è il fatto che oggi praticamente tutti siamo in possesso di una macchina fotografica e non solo, ce l’abbiamo sempre in tasca perché è integrata nel nostro smartphone.
Questa è la classica condizione contemporanea in cui la tecnologia ha messo uno strumento nelle mani di tutti, ma non si sa se la cosa alla fine sia un bene o un male.
Che la quantità non sia sinonimo di qualità infatti vale anche per il prodotto fotografico. Come se questo non bastasse, abbiamo la possibilità di condividere i nostri scatti istantaneamente con tutto il mondo grazie a social network più o meno dedicati a questa arte, come Instagram e Facebook, su cui possiamo condividere ovviamente anche foto scattate con strumenti più professionali rispetto al telefono.
E qui si apre il baratro.
Lancio della propria carriera di fotografo ricco di talento e che per fortuna vivendo nel 2016 ha trovato un modo di farsi notare grazie alla rete?
O utilizzatore della fotocamera improvvisato che tedia tutti i suoi amici virtuali con immagini che mai e poi mai questi ultimi vorrebbero essere costretti a vedere quotidianamente?
Ai posteri l’ardua sentenza.
Su questo stato delle cose però ha deciso di intervenire nientepopodimeno che il MoMa, il Museo di Arte Moderna di New York.
Non sappiamo se a spingere a proporre la seguente iniziativa sia stato l’entusiasmo o la disperazione, sta di fatto che chiunque di voi lo desideri oggi può frequentare un corso di fotografia ON LINE guidato da Sarah Meister, curatrice del Museo.
L’obbiettivo della prestigios(issim)a istituzione è insegnare a comprendere cosa sia la fotografia, come i suoi maestri l’abbiano interpretata nel tempo, quali sono le tecniche e gli elementi da tener ben presente quando si ‘pigia’ il tasto Click.
Un corso per capire meglio questo mezzo di espressione artistica, di racconto di storie, di comunicazione di emozioni che sempre più regna incontrastato nella nostra quotidianità.
Il corso porta il nome di “Seeing Through Photographs” .
La cosa migliore? è gratis.

Iscrivetevi QUI

Beccogiallo – storia e storie a fumetti

Catalogo

Pasolini, Pertini, la storia del petrolchimico di Marghera, quella del G8 di Genova, l’omicidio di Aldo Moro, il terremoto dell’Aquila. E ancora le resistenze italiane, di ieri e di oggi, Berlinguer e gli orti sinergici, l’Ilva e il Vajont, la Mafia e la Tav, Maradona e l’ultimissima enciclopedia delle Serie TV.
Tutti questi temi e molti altri ancora sono affrontati attraverso i fumetti. Fumetti di “impegno civile” pubblicati da BeccoGiallo.
Realtà attiva ormai da un decennio con sede a Padova, il progetto BeccoGiallo nasce da una sfida: quella di trasmettere pilastri storici e buone nuove pratiche ai lettori più giovani, spesso accusati di disinteresse verso i temi più importanti.
Alla BeccoGiallo hanno pensato che forse il problema non stava solo nel lettore, ma anche nel mezzo di informazione. E così hanno deciso di fare giornalismo attraverso il fumetto.
La casa editrice funziona in modo molto simile alla redazione di un giornale; temi e storie vengono proposte attorno ad un tavolo e si sceglie su quale puntare. La notizia da prima pagina.  Il secondo passaggio è quello di documentarsi. Raccogliere foto, materiali, righe di testo per analizzare l’argomento e scegliere la chiave della storia. Una volta chiarito l’obbiettivo, si pesca nella vasca di disegnatori conosciuti e si tira su con la lenza quello ritenuto più adatto per provare a raccontare quella storia.
Loro paragonano questo processo a quello di chi si cimenta a realizzare un video documentario.
A qualunque cosa assomigli, il risultato di questo processo è un libro che bisogna avere. Scorrendo il catalogo, che vi ho linkato ad inizio articolo, c’è l’imbarazzo della scelta.
Il progetto BeccoGiallo ha un duplice valore.
Quello di promuovere il fumetto, una forma di comunicazione che da sempre resiste grazie agli inguaribili appassionati e che negli ultimi anni ha iniziato ad emergere anche ad un pubblico meno di nicchia grazie a tante iniziative e case editrici che ci credono fino in fondo.
E quello di incidere prima su carta e poi nella memoria di chi legge storie e biografie che nessun italiano può permettersi di dimenticare.
E quindi via di click su catalogo, carrello, acquista.

Le Petit Chef – arte e tech a cena fuori

Oggi vi voglio far conoscere in divertentissimo progetto di Skullmapping Studio, un gruppo belga che utilizza la tecnologia per creare effetti sorprendenti.
Creatori di video mapping, ologrammi e realtà virtuali dal 2010, recentemente si sono lanciati in un progetto prêt-àporter commissionato da un ristoratore.
Per non addentrarci in tecnicismi ve la spiego semplice.
Siete al ristorante in attesa che arrivi il piatto che avete ordinato e sul soffitto sopra di voi c’è un proiettore, che voi non avete notato.
Tutto ad un tratto dalla vostra tovaglia esce un mini chef alto 2 cm che si cimenta nella preparazione del vostro piatto. Barcolla, ha a che fare con forchette enormi, è un po’ pasticcione e si ritrova anche ad affrontare una piovra per preparare la vostra bouillabaisse.
Il risultato è davvero strabiliante e quando l’animazione si conclude il piatto arriva davvero.
Si tratta di un bellissimo progetto che mostra come creatività e tecnologia possano creare qualcosa che mi è difficile non chiamare arte. Per realizzarlo bisogna essere dei veri e propri artisti, che conoscono le tecniche e i materiali in questo caso tecnologici, e che realizzano opere che stupiscono il pubblico.
Come molti artisti, sono stati rifiutati perchè troppo all’avanguardia. Il ristoratore committente ha infatti preferito non utilizzare Le Petit Chef sulle sue tavole.
Skullmapping ha comunque realizzato tre video che vi propongo qui sotto, nell’attesa e nella speranza di poter presto avere a che fare con il piccolo cuoco in qualche ristorante!

Le Petit Chef

Bouillabaisse

Dessert

Le librerie

Oggi vorrei parlarvi di una delle  buone pratiche più vecchie del mondo (credo) ovvero delle librerie.
Negli ultimi anni avevo l’impressione che a prendere sempre più piede fossero le librerie delle grandi catene, stile Mondadori e affini.
Nonostante i loro aspetti positivi, perchè vendere un libro è sempre meglio che vendere molte altre cose, mi sembrava che ormai fosse certo e segnato il passaggio alla libreria supermercato.
Nella libreria supermercato entri e scorri gli scaffali. Ci sono tantissime merci, alcune di qualità, molte di spazzatura. Hai la libertà di scegliere, ma spesso la varietà è tanta da indurti a rifugiarti nel già noto e alla fine esci dopo aver acquistato la marca di cui un po’ ti fidi e che comunque sei sicuro ti piaccia.
Se questa è un’ottima mossa per la passata di pomodoro, temo non lo sia altrettanto per i libri perchè con essi la cosa bella è tentare, sperimentare, viaggiare nelle menti di autori sempre nuovi e generi inaspettati.
Una transizione irreversibile? E invece no. Ultimamente sempre di più sono le persone, spesso giovani e probabilmente incoscenti, che si buttano e aprono librerie in cui torna ad esistere il mestiere del libraio.
Non solo commesso ma appassionato lettore, sceglie personalmente e spesso ha letto il 90% di ció che vende e questo lo rende in grado di squadrarti, farti due domande e poi consigliarti una pila di libri che “secondo me questo puó piacerti” con cui passi una buona mezz’ora in un angolo finchè selezioni il prescelto.
Inevitabilmente qui torni.
Impossibile scegliere un esempio di ció in Italia sulla base del merito, e quindi lo faccio sulla base della mia esperienza e del mio territorio dove ha da poco aperto in Campo Santa Margherita a Venezia.

Il giornale che fiorisce

Per fare un albero ci vuole un seme… e perché non contenuto in un giornale?
In Giappone è stato realizzato il primo giornale che, se sotterrato, fa nascere delle piante.
L’idea è dello studio pubblicitario Dentsu per l’editore Mainichi Newspapers.
La rivista, che si occupa di giardinaggio, viene ovviamente stampata su carta riciclata nella quale, durante il processo di impasto in polpa, vengono inseriti dei semi di fiori.
Una volta finito di leggere il giornale quindi, è possibile letteralmente piantarne le pagine nella terra e dopo qualche giorno si vedranno già nascere i primi germogli.
Anche l’inchiostro di stampa è di origine vegetale.
Di seguito un video dell’ecologica campagna pubblicitaria:

The Green Newspaper

thegreennewspaper