Integrazione? Semplice

Ultimamente, spinti dai fatti di cronaca, pensiamo all’integrazione come qualcosa legato alla nazionalità e alle provenienze territoriali.
Ad avere a che fare con l’integrazione però sono tutte le differenze possibili, e non solo quelle geografiche.
Che la diversità derivi dalla religione, dal sesso, dal’orientamento sessuale, dal proprio fisico o da moltissime altre cose ancora, il dibattito si fa sempre complesso, lungo, estenuante, spesso bigotto e come risultato lascia spesso in attesa, nel corridorio, l’escluso.
Si complica tremendamente la questione tirando in ballo talmente tanti parametri di giudizio che si finisce col dimenticare che a volte le grandi questioni culturali e sociali si risolvono con la semplicità.
La semplicità tipica dei bambini, o di chi non ha dimenticato come ci si sente ad essere tali.
E questo è successo in Bosnia dove una maestra delle elementari prima ed una intera classe poi hanno, con semplicità, imparato il linguaggio dei segni per integrare un loro compagno sordo dalla nascita che altrimenti si sarebbe sentito tremendamente escluso.
Un gesto di integrazione compiuto come fosse un gioco. Ed un gioco divertente, tanto che ogni bambino tornando poi a casa si è messo ad insegnare questa lingua ai propri genitori.
Oggi una classe di bambini bosniaci non ha solo imparato il linguaggio dei segni, ma anche quello della semplicità con cui si può far sentire, chi è diverso o più svantaggiato, integrato.
Lo spunto che sarebbe bello prendere da questa storia, che sembra una favola, è quello che in ogni classe di piccoli futuri adulti ci si concentri anche su chi è in minoranza e che si insegni a tutti a conoscere un po’ meglio una lingua diversa, una cultura diversa, un modo di vedere le cose diverso.

articolo da Repubblica

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