Se Blu non c’è più, c’è qualcosa che dobbiamo imparare.

Oggi un fatto triste è per me una cosa bella, e un grande esempio.
L’altra notte lo street artist Blu ha cancellato le sue opere dalla faccia di Bologna.
Da Bologna Blu ha cominciato, li si è formato con i primi pezzi in via Stalingrado per arrivare un paio di anni fa ad una enorme e dettagliatissima opera realizzata in una delle pareti del centro sociale XM24. Per me, il pezzo più significativo di Blu.
occupy mordor
Come tutti i suoi lavori, anche in questo la capacità artistica si è unita all’acutezza di scegliere un punto da colpire e alla bravura di intessere una metafora per criticare le contraddizioni in cui viviamo, in un modo che fa accendere una lampadina nella mente dell’osservatore. Le opere di Blu per me  riempiono le menti di clic, quel suono che fanno le lampadine vecchio stile, quelle che si accendono tirando un cordicino.
Il pezzo sull’XM24 però non era solo questo, era il racconto della storia di Bologna, o meglio di una storia di Bologna vissuta in prima persona dal narratore e resa attraverso centinaia di simboli e significati (vorrei che vi soffermaste ad osservare quanti piccoli dettagli ci sono in quest’opera di enormi dimensioni).
All’epoca il murale fu presentato dal collettivo di scrittori Wu Ming in una serata densa di bellezza. Faceva fresco, si indossava la felpa ma si annusava nell’aria la primavera, anche ad ore tarde. Tantissimi i presenti, incantati.
Ascoltando e guardando Occupy Mordor, questo il nome del pezzo, si aveva la sensazione di conoscere un po’ meglio Blu, di entrare sotto la sua pelle e di percepire un cuore pulsante battere, battere forte nel pensare a Bologna.
Le storie dei luoghi, i personaggi, i collettivi, gli spazi occupati che hanno fatto la storia e la scuola per la Città e per tutte le migliaia di studenti che l’hanno attraversata e poi lasciata, portandosi via in tasca un po’ di quell’aria frizzante che viene dai colli e quell’essere fucina creativa di mondi.
Tutto questo era rappresentato in un’unica opera che oggi non c’è più, così come non ci sono più tutti gli altri suoi pezzi sparsi per Bologna realizzati in quasi vent’anni di storia.
Blu li ha cancellati, e questo è il fatto triste, dimostrando la capacità di compiere gesti difficili per lottare contro qualcosa e rimanere coerenti con sé stessi, e questo è il grande esempio.
Blu ha raschiato via una parte della sua vita sotto forma di vernice affinchè nessuno potesse diventarne il proprietario, rubandola.
Perchè è questo sta facendo l’istituzione museale di Bologna Genus Bononiae che inaugurerà prossimamente una mostra realizzata in gran parte staccando dal muro opere di street artists, dichiarando che lo scopo è quello di proteggerle dal deterioramento a cui vanno incontro, ma la cosa non convince e puzza forte di bruciato.
Non ho intenzione di ricostruire tutto ciò che è stato detto a riguardo perchè non si può affrontare un discorso così articolato in poche righe, ma bastino questi spunti di riflessione:
La street art decontestualizzata dalla “strada” è sempre street art?
Pagare un biglietto per vedere opere che gli artisti hanno deciso di dipingere in luoghi pubblici che contraddizioni fa nascere?
E staccare letteralmente le opere dal muro senza il permesso dell’artista?
Giustificarsi dicendo “posso prenderle perchè sono pubbliche” e poi renderle un bene privato come può essere una logica che si regge in piedi?
E evitare di affrontare la grande questione dell’illegalità della street art? Delle multe e delle denunce che tutti gli artisti rischiano mentre e dopo aver dipinto? Come solo qualche giorno fa è accaduto ad Alice, proprio a Bologna. Come si può mettersi una benda così grande davanti ad un occhio per evitare di affrontare la questione?
In tutto ciò il grande esempio che secondo me ha dato ieri Blu è quello di saper agire.
In disaccordo nel modo più assoluto con l’organizzazione di questa mostra, nel modo più assoluto si è schierato e ha difeso se stesso, le sue opere ma prima di tutto la sua posizione e le sue idee sottraendo per sempre i suoi pezzi a questo gioco.
Questo è il proverbiale fatto che vale più di mille parole.
La buona pratica, il bell’esempio, è secondo me quello di avere il coraggio, e averlo fino in fondo, di difendere quello in cui si crede, di lottare per difenderlo e di mantenere sempre la coerenza con esso e con sé stessi.
E per quanto molti siano un po’ sconvolti da questa decisione, tanti siano tristi, moltissimi dispiaciuti, io quando l’ho saputo sono stata anche felice perchè da oggi Blu non è solo un modello di artista, ma un po’ anche di vita.
Oggi al posto del grande dipinto sul muro dell’XM24 c’è una frase che incarna alla perfezione tutto quello che è avvenuto e che attinge da quello scenario fatto di storie, spazi, musica, arte, ideologie, lotte, modi di vivere e che alla fine formano una cultura, una sottocultura, una controcultura.
Tratta da un libro di Pino Cacucci che racconta la storia di Jules Bonnot e la sua banda:
“Avevo il diritto di viverla, quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti… Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, ma in ogni caso nessun rimorso…”

questo link una parte della serata di presentazione dell’opera di Blu ad XM24.
questo l’articolo di Wu Ming sull’affaire Blu con un approfondimento sul profilo dei promotori della mostra.

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MoMA: corso di fotografia online

La fotografia.
Quante cose si potrebbero dire.
Potremmo iniziare parlando di come essa sia nata e di come si sia imposta come innovazione rivoluzionaria nel mondo. Possiamo più nostalgicamente ricordare le fotografie di quando eravamo bambini, quelle che conserviamo nei pesanti album che la nostra famiglia ci ha tramandato, un po’ sbiadite, un po’ macchiate, scattate dalla zia matta o dal papà appassionato di fotografia che era andato fino in Cina per comprarsi una Canon. Possiamo sorridere pensando a quei film ambientati in un’altra epoca dove si vede una coppia distinta che si fa scattare una fotografia con sullo sfondo un viale alberato in fiore e il fotografo che è chino con la testa sotto una tendina, la mano tesa in alto e flash!, quasi un’esplosione.
Qualunque sia l’immagine da cui partiamo, ciò a cui approdiamo è il fatto che oggi praticamente tutti siamo in possesso di una macchina fotografica e non solo, ce l’abbiamo sempre in tasca perché è integrata nel nostro smartphone.
Questa è la classica condizione contemporanea in cui la tecnologia ha messo uno strumento nelle mani di tutti, ma non si sa se la cosa alla fine sia un bene o un male.
Che la quantità non sia sinonimo di qualità infatti vale anche per il prodotto fotografico. Come se questo non bastasse, abbiamo la possibilità di condividere i nostri scatti istantaneamente con tutto il mondo grazie a social network più o meno dedicati a questa arte, come Instagram e Facebook, su cui possiamo condividere ovviamente anche foto scattate con strumenti più professionali rispetto al telefono.
E qui si apre il baratro.
Lancio della propria carriera di fotografo ricco di talento e che per fortuna vivendo nel 2016 ha trovato un modo di farsi notare grazie alla rete?
O utilizzatore della fotocamera improvvisato che tedia tutti i suoi amici virtuali con immagini che mai e poi mai questi ultimi vorrebbero essere costretti a vedere quotidianamente?
Ai posteri l’ardua sentenza.
Su questo stato delle cose però ha deciso di intervenire nientepopodimeno che il MoMa, il Museo di Arte Moderna di New York.
Non sappiamo se a spingere a proporre la seguente iniziativa sia stato l’entusiasmo o la disperazione, sta di fatto che chiunque di voi lo desideri oggi può frequentare un corso di fotografia ON LINE guidato da Sarah Meister, curatrice del Museo.
L’obbiettivo della prestigios(issim)a istituzione è insegnare a comprendere cosa sia la fotografia, come i suoi maestri l’abbiano interpretata nel tempo, quali sono le tecniche e gli elementi da tener ben presente quando si ‘pigia’ il tasto Click.
Un corso per capire meglio questo mezzo di espressione artistica, di racconto di storie, di comunicazione di emozioni che sempre più regna incontrastato nella nostra quotidianità.
Il corso porta il nome di “Seeing Through Photographs” .
La cosa migliore? è gratis.

Iscrivetevi QUI

Le Petit Chef – arte e tech a cena fuori

Oggi vi voglio far conoscere in divertentissimo progetto di Skullmapping Studio, un gruppo belga che utilizza la tecnologia per creare effetti sorprendenti.
Creatori di video mapping, ologrammi e realtà virtuali dal 2010, recentemente si sono lanciati in un progetto prêt-àporter commissionato da un ristoratore.
Per non addentrarci in tecnicismi ve la spiego semplice.
Siete al ristorante in attesa che arrivi il piatto che avete ordinato e sul soffitto sopra di voi c’è un proiettore, che voi non avete notato.
Tutto ad un tratto dalla vostra tovaglia esce un mini chef alto 2 cm che si cimenta nella preparazione del vostro piatto. Barcolla, ha a che fare con forchette enormi, è un po’ pasticcione e si ritrova anche ad affrontare una piovra per preparare la vostra bouillabaisse.
Il risultato è davvero strabiliante e quando l’animazione si conclude il piatto arriva davvero.
Si tratta di un bellissimo progetto che mostra come creatività e tecnologia possano creare qualcosa che mi è difficile non chiamare arte. Per realizzarlo bisogna essere dei veri e propri artisti, che conoscono le tecniche e i materiali in questo caso tecnologici, e che realizzano opere che stupiscono il pubblico.
Come molti artisti, sono stati rifiutati perchè troppo all’avanguardia. Il ristoratore committente ha infatti preferito non utilizzare Le Petit Chef sulle sue tavole.
Skullmapping ha comunque realizzato tre video che vi propongo qui sotto, nell’attesa e nella speranza di poter presto avere a che fare con il piccolo cuoco in qualche ristorante!

Le Petit Chef

Bouillabaisse

Dessert